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Il primo incontro programmato in rete non se lo scorda nessuno; vuoi perché ci ha lasciato gradevoli impressioni, metti che era il nostro primo approccio del terzo tipo, o di quel confronto col proprio stesso sesso che ci spaventava.
Ci siamo riuscito alla fine.
Spesso però le cose vanno diversamente e non meritano appunti sul diario segreto dove annotiamo gelosamente i nostri arditi pensieri (abbiamo messo così tanti lucchetti che Hudinì si sarebbe messo a piangere per la sconfitta e saremmo stati noi artefici del suo trapasso a miglior vita).
Ecco come mi è andata.
Era da mesi che conoscevo in rete quell’uomo.
Trentaseienne, fisico atletico, sguardo maschio, pelo nelle giuste dosi, misure da non farmi temere un improvviso attacco di panico od una corsa in ospedale ad inventare che, mentre ero in
bicicletta, avevo perso il sedile.
Metti un contorno di cultura, di decente dimestichezza con la lingua italiana, di serietà ed il principe azzurro lo hai trovato.
Insomma, ci programmavo un futuro molto fecondo. Dopo interminabili conversazioni in rete ed al telefono alternate da tamponaggi all’orecchio per scongiurare una piaga, finalmente mi confida di essere venuto a trovarmi.
Porca pupazza, s’è fatto duecento chilometri in macchina solo per me.
Chiedo dove sia e, non essendo del posto, mi cita il primo negozio che gli capita di scorgere nelle vicinanze.
Mi ci fiondo, scendo dall’auto e mi guardo in giro.
Dove cazzo è?
Un tipo mi si avvicina con fare incerto, mi osserva e mi saluta per nome porgendomi la mano.
Spero sia un parente che non ricordo e non di certo lui.
Invece è proprio l’oggetto del mio incontro, ma con 10 anni in più.
-“Sei deluso?”-
Ti chiede.
-“No, ma in foto sembravi diverso e stentavo a riconoscerti”-
Quante stronzate si dicono per buona educazione.
Poi due chiacchiere, il suo sguardo arrapato che mi spoglia e mi strappa la pelle, il suo gesticolare, parlando, con quel polso fratturato che mi fa temere possa cavarmi inavvertitamente gli occhi.
Lo osservo seduto nel lato passeggero della mia auto in sosta.
E’ accovacciato come un pulcino e trema dal freddo. Evito di accendere volutamente i riscaldamenti per non assistere penosamente a lui che si toglie il giubbotto.
Vestito Dolce e Gabbana dalla testa ai piedi, un abito di pelle nera attillato, stivali a punta, camicia di raso rossa, ingioiellato come una Santa in processione, qualche dente d’oro, sopracciglia che stento a capire se ce le abbia tatuate, capelli ormai tinti e con una imperterrita ricrescita.
Ma chi cazzo è il fratello di Cristiano Malgioglio?
Dopo avergli fatto fare un giro, eluso le sue aspettative che andassi a sostare in un posto isolato, allontanato le sue manacce che sfiorano le mie ad ogni cambio di marcia (ho rischiato di bruciare il motore per fare 2 chilometri in seconda); finalmente mi dice di riaccompagnarlo alla sua auto che deve riaffrontare duecento chilometri per tornare a casa.
Metto la quinta stavolta, lo lascio e gli faccio da Cicerone sino all’imbocco dell’autostrada.
Non vedo l’ora di tornarmene a casa e di aggiungere al mio profilo “ se non avete cam evitate di chiedermi di incontrarci e certe vostre foto datate ai tempi migliori portatele all’archivio storico del vostro comune di residenza”.
Prima di imboccare l’autostrada lui accosta alla mia auto, apre il finestrino e mi invita ad emulare il suo gesto.
Allunga una mano tenendo qualcosa:
-“ Ti avevo portato un pensierino, tienilo”-
Porca zozza!!!!! Che si tratti di un anello?
Macchè!
Lo afferro senza guardare.
Vi consiglio spassionatamente di non prendere mai qualcosa ad occhi chiusi…anzi, anche di scopare con le luci accese visto che ci siamo.
Lui riparte ed io resto immobile ad osservare la mia mano sanguinare trafitta da decine di aghi.
Sto stronzo mi aveva portato una piantina grassa presa dal suo giardino dove le collezionava.
Torno a casa in un baleno, mi fiondo in cucina a bendarmi e disinfettermi le ferite.
Mio padre chiede cosa sia successo.
Gli mostro la mano sanguinante, si fa la croce e si inginocchia pensando abbia le stimmate.
Altroché, ho incontrato una croce ambulante invece!
Dopo un paio d’ore il tipaccio richiama per avvisarmi di essere ritornato a casa tutto d’un pezzo.
Meno male, perché se mi avesse dato il regalo prima di andarsene lo spedivo a casa a rate.
Poi mi dice al telefono:
-“Sai, mi hai deluso”-
-“cosa?!!!!!!!!!!!!!!!”-
Replico io.
-“Beh, mi aspettavo che mi baciassi stasera, ma devo confidarti pure una cosa che non avrai notato”-
-“Dimmi allora”-
-“Ho 48 anni”-
Che faccia tosta! Mi ha scambiato per Andrea Bocelli? Pensava che vestire tutto fashion gli togliesse dodici anni di vita? Che una tintura malriuscita alla chioma bastasse a nascondere la sua maturità? (solo fisica evidentemente).
Ed allora vi dico: tutti cresciamo, i capelli ingrigiscono, le rughe rimarcano i gesti usuali di una vita e restano come impronte digitali sul volto.
Ma solo una cosa resta intatta, come la coscienza degli anni che passano, l’esperienza di chi non ha voglia di fermare il tempo e si consola con illusorie descrizioni di se stesso, la consapevolezza che nessuno è un docente e tutti imparano a proprie spese, la viltà di non voler mai essere sinceri neppure col proprio corpo, la codardia di dover necessariamente sembrare come gli altri vorrebbero che fossimo e, di contro, la pretesa che qualcuno ci accetti e si adegui senza compromessi di sorta alla nostra personalità.
Perciò suggerirei a tutti: siate sinceri e lasciate valutare agli altri l’interesse nei vostri confronti perché “tutti i nodi vengono al petting”….e vale pure per i calvi.
Con affetto e stima, vostro Cicciuzzo .
Ciao monelli.
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